Quando Dio compare in un romanzo.
di Fabrizio Valenza
Una delle principali caratteristiche di Storia di Geshwa Olers è che si tratta di una storia fantasy che fa (più o meno chiaro?) riferimento al Dio del Cristianesimo. Che botta! Roba forte, diranno molti, e magari poi scapperanno.
Perché sentir parlare di Dio in un romanzo fantasy, insomma, c’è di che farsi venire un po’ di nervosismo. Non c’è argomento più utilizzato nel fantasy del riferimento a un qualche dio. Anzi, normalmente agli dèi, plurale. L’abitudine nell’imitare il fantasy nordico è tale, che è del tutto naturale il passo successivo: il mondo che viene creato non può che far riferimento a un pantheon di divinità. Certo, ci sono le eccezioni, Tolkien in primis. Ma in fin dei conti, anche lui presenta una serie di “potenze” che, tra coloro che meno digeriscono l’idea di un monoteismo, può dare la soddisfazione di un piccolo pantheon.
Il mio romanzo è nato in modo particolare, perché il punto di partenza è stato proprio ciò che ho vissuto io, a livello intimo, personale, nei confronti del divino. Una conversione, chiamiamola così. Lo spunto iniziale del romanzo, perciò, fu: cosa succederebbe se un dio ormai dimenticato da tutti, un dio verso il quale tutti provano indifferenza (motivata dalla “sua” indifferenza nei nostri confronti), di colpo intervenisse nella storia dell’uomo per porre fine a un’epoca di magia?
Questo interrogativo mi ha accompagnato fin dall’inizio della prima stesura del primo capitolo. Un argomento forse spinoso, perché oggi molti credono alla magia, molti la praticano. E molti si stanno allontanando da quel Dio che la Chiesa ha dichiarato essere all’opposto della magia stessa. A volersi far del male, un autore non avrebbe dovuto far altro che mettere una simile questione al centro del proprio romanzo.
Quell’autore che si è voluto fare così tanto male… c’est moi.
Come però dico nel titolo di questo post, c’è modo e modo. Ha senso parlare direttamente di dio? Forse non molto. Ha più senso mostrare ciò che gli esseri umani sono disposti a fare per dio, sia nel bene che nel male. In fin dei conti, Storia di Geshwa Olers parla proprio di questo.
Certo, c’è la tipica profezia caratteristica di tutti i fantasy: un bambino – che diventa orfano – si trasformerà nel “salvatore”. Inoltre, Geshwa è la traslitterazione di Gesù (ma credetemi, inventai il nome senza pensare minimamente a un simile gioco fonetico). C’è anche un Profeta, Bemònelut, spesso presente nella vita del ragazzo, e c’è anche il cosiddetto Predicatore. Poi, ovvio, i templi abbandonati del dio del mio romanzo, Eus, contrapposti a quelli delle nuove divinità, Esarote, Dìbiluon e Crenarte. Un quadretto “religioso” di tutto rispetto.
Però, nulla va come ci si aspetterebbe e tutti questi tòpoi si svelano fasulli. Non c’è la tipica contrapposizione tra bene e male, ma poco alla volta si scopre che anche dietro ciò che era sempre stato considerato bene si cela il male. Ciò che sembrava profezia si trasforma in pazzia, e il volto di Dio ne esce in qualche modo talmente trasformato (soprattutto al termine del sesto volume, La guerra dei gelehor) che ci si può legittimamente chiedere se questo romanzo parli davvero del rapporto tra l’uomo e dio o non, piuttosto, del rapporto tra l’uomo e le convinzioni che egli si fa circa Dio. E ognuno degli elementi tipici del fantasy (quelli che mi sono stati additati come “luoghi comuni”) perde il proprio senso, per trasformarsi nell’ingranaggio di una spietata macchina narrativa che sa più di Giobbe, di Cervantes e di Lovecraft che di un insipido polpettone in salsa elfica cui ci hanno abituati ripetizioni di scritti altrui.


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