Nel secondo volume della saga Storia di Geshwa Olers, “La faida dei Logontras”, Fabrizio Valenza ci introduce a uno dei luoghi più emblematici e inquietanti del suo mondo fantastico: la Nimido Logontras, un maniero che trascende la semplice funzione di ambientazione per divenire vero e proprio personaggio della narrazione.
Un’architettura che si è stratificata
La Nimido Logontras si presenta come un palinsesto architettonico, dove ogni torre racconta un’epoca diversa della storia grodestiana. Non è la fortezza monolitica e uniforme tipica del fantasy anglo-sassone, quanto piuttosto un organismo vivente cresciuto nei secoli, stratificato come la memoria stessa della dinastia che lo abita.

Al centro del complesso si erge una torre cilindrica avvolta da una scala a spirale – immagine che richiama la spirale del tempo, l’eterno ritorno della storia familiare che si ripete in cicli di gloria e tradimento. Sulla destra, la Torre dei Messaggeri si innalza con le sue uccelliere per gufi e piccioni viaggiatori, strumenti di comunicazione che sottolineano l’importanza dei legami – e dei segreti – che una grande dinastia deve gestire.
Ma è la Torre della Magia, spoglia, austera e deliberatamente separata dal resto del complesso, a incarnare forse l’essenza più profonda del maniero: la solitudine del potere arcano, il distacco necessario per chi maneggia forze che trascendono l’umano.

La Casa dei Grit-lah: L’archivio vivente
Il cuore pulsante – e insieme il sepolcro – della Nimido Logontras è la Casa dei Grit-lah, un edificio separato dal corpo principale del maniero, collegato da un lungo corridoio che funge da simbolico ponte tra il presente e il passato.
I Grit-lah sono tavole lignee intagliate che raffigurano le vite degli antenati della famiglia. Non semplici ritratti, ma vere e proprie narrazioni per immagini: scene di conquista e di governo, momenti di gloria e di infamia. Centinaia di queste tavole ricoprono le pareti della Casa su più livelli, creando un’atmosfera che oscilla tra il museo sacro e il mausoleo.

Valenza inventa qui un elemento di worldbuilding che affonda le radici nelle tradizioni mediterranee: non le fredde genealogie nordiche scolpite nella pietra, ma tavole di legno intarsiate che invecchiano, si corrodono, vengono divorate dai tarli. La memoria, nella visione dell’autore, è organica, deteriorabile, soggetta all’entropia del tempo.
Alcuni Grit-lah mostrano scene inquietanti: impiccagioni, roghi, torture. Un antenato ha il volto completamente levigato, cancellato – una damnatio memoriae che però non arriva alla distruzione completa. Anche la vergogna fa parte della storia familiare e va preservata.

Il peso del passato sul presente
La Nimido Logontras è pervasa da un’atmosfera di oppressione quasi palpabile. Le mura stesse sembrano respirare la storia secolare della dinastia, con tutto il suo carico di ambizioni, tradimenti, amori impossibili e odi mai sopiti.
La palazzina dei Grit-lah è stata sprangata: porte e finestre inchiodate con tavole di legno, murate con calce, come se qualcosa di pericoloso dovesse essere contenuto al suo interno. Questa immagine potente – la memoria che deve essere isolata perché troppo pericolosa per i vivi – diviene metafora centrale del romanzo.
Nel fantasy mediterraneo di Valenza, il passato non è mai davvero morto. È una presenza costante, a volte benevola, più spesso minacciosa, che pesa sulle scelte dei personaggi viventi. I Logontras non possono liberarsi dei loro antenati, né della storia che li ha forgiati.
Uno spazio gotico mediterraneo
La Nimido Logontras rappresenta un esempio riuscito di “gotico mediterraneo”: non la tetraggine nebbiosa dei castelli nordici, ma un’oppressione che nasce dal sole plumbeo della pianura, dall’umidità stagnante, dal contrasto tra la magnificenza architettonica e il senso di decadenza che permea ogni pietra.
I giardini interni in stile orientale, con i loro alberi carichi di fiori e le balconate che si susseguono su mura alte trenta metri, creano un contrasto straniante con la desolazione esterna. È una bellezza che non consola, ma acuisce il senso di isolamento.
La presenza di grandi bagolari e salici piangenti che celano affreschi scrostati suggerisce una natura che lentamente si riappropria degli spazi, coprendoli con un velo vegetale che è insieme protezione e cancellazione.

La faida come destino architettonico
Il maniero stesso sembra strutturato attorno all’idea di divisione: il corpo principale separato dalla Casa dei Grit-lah, le torri che emergono con stili differenti e quasi in competizione tra loro, gli spazi murati e isolati. La faida che lacera la famiglia Logontras è inscritta nell’architettura stessa del loro maniero.
Non è un caso che, per indagare sui misteri della dinastia, il giovane comandante Geshwa Olers debba attraversare questi spazi, penetrare nella Casa dei Grit-lah, confrontarsi fisicamente con la memoria cristallizzata della famiglia. L’investigazione diviene anche un’iniziazione, una discesa negli inferi della storia.
Conclusione
La Nimido Logontras è ben più di uno sfondo narrativo: è un personaggio complesso, stratificato, che riflette la visione di Fabrizio Valenza sul rapporto tra memoria e identità, tra passato e destino. In un panorama fantasy italiano spesso appiattito su modelli anglosassoni, Valenza costruisce uno spazio che parla una lingua mediterranea: barocca, sensuale nella sua decadenza, carica di una storia che non si lascia dimenticare.
Il maniero dei Logontras ci ricorda che nel fantasy più maturo e consapevole, i luoghi non sono mai neutri: sono depositi di significato, specchi dell’anima dei personaggi, profezie architettoniche del destino che attende chi li abita.
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