Ogoroh, il Mago dell’Acido: l’antagonista perfetto de “La Faida dei Logontras”

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Nel panorama del fantasy italiano contemporaneo, pochi personaggi incarnano la complessità morale e la pericolosità viscerale di Ogoroh, il Mago dell’Acido, protagonista negativo del secondo volume di Storia di Geshwa Olers, La faida dei Logontras. Nascosto dietro l’identità del giovane Dišan di Bierno, rampollo della dinastia Ailone, questo mago illegale rappresenta uno dei villain più terrificanti dell’intera saga.

Un Mago dalle due identità

Si tratta di un personaggio dotato di una duplice natura. Da un lato, Dišan di Bierno si presenta come un giovane mago ventenne, apparentemente terrorizzato e vittima della feroce faida che divide le famiglie Logontras e Ailone. Il suo primo incontro con Geshwa Olers e i suoi compagni è un capolavoro di recitazione: occhi sgranati, pallore mortale, voce strozzata dall’angoscia mentre implora protezione dal Consiglio Magico contro la minaccia rappresentata da Milar Curatis.

Dall’altro lato, sotto questa maschera di fragilità e paura, si cela Ogoroh, il Mago dell’Acido, un individuo cinico e spietato al servizio del leggendario Eu-Ahalan, il cui unico obiettivo è eliminare Geshwa Olers per impedire il compimento del Mito dell’Arrivo.

Dišan di Bierno/Ogoroh, il Mago dell'Acido, protagonista del secondo volume di Storia di Geshwa Olers, "La faida dei Logontras", di Fabrizio Valenza.

Dišan/Ogoroh incarna perfettamente il tema della maschera sociale che nasconde la vera natura di un individuo, un topos classico del fantasy che ho rielaborato in chiave mediterranea con risultati devo dire inquietanti.

Magia corrosiva: il potere distruttivo dell’acido

Se la magia nel mondo di Stedon è elemento centrale della narrazione, quella di Ogoroh si distingue per la sua natura intrinsecamente distruttiva e repellente. Il Mago dell’Acido possiede l’abilità di creare “quantitativi incalcolabili dei più pregiati e ricercati acidi corrosivi”, un potere che si manifesta in modi sempre più terrificanti nel corso del romanzo.

Le descrizioni presenti nella storia sono viscerali e sensoriali: una zaffata acidula accompagna la presenza di Ogoroh, mentre la melma verdastra che cola dalle maniche della sua giacca corrode pavimenti, dissolve il metallo e trasforma l’ambiente circostante in un inferno fumante. Nel confronto finale al Covo di Emmalion, il Mago si trasforma in una sorte di tigre di lapilli incandescenti attraversata da venature di fiamme, lasciando impronte fumanti e scagliando fiotti d’acido dalle fauci capaci di sciogliere l’acciaio in pochi secondi.

Ma l’elemento più disturbante della sua magia è l’auto-corrosione: il volto di Ogoroh è coperto di pustole squamose, conseguenza del suo stesso acido. È come se la sua malvagità si manifestasse fisicamente, corrompendolo dall’interno verso l’esterno, una metafora potente del male che consuma chi lo pratica.

Il bestiario di Dišan: vero sadismo alchemico

Uno degli aspetti più inquietanti del personaggio è la sua attività di creatore di chimere, documentata nel famigerato bestiario scoperto al Maniero Ailone. Ogoroh non si limita a utilizzare la magia per il combattimento: la trasforma in strumento di sperimentazione sadica sugli esseri viventi.

Il bestiario include creature aberranti come, tra le altre:

  • i Lieprìci, cioè lepri apparentemente innocue trasformate in predatori carnivori con denti da mastino, capaci di scattare come trappole mortali;
  • il Togharta, un gorilla di Tog con volto umano che parla l’Arcaico Grodestiano, simbolo grottesco della fusione tra bestia e uomo;
  • i Naranti, che sono sorta di mantidi giganti con chele coriacee di granchio;
  • i Berlischi, spaventosi ibridi tra bertucce e basilischi, dalla natura letale;
  • e gli Uttili, enormi fusioni tra uccelli e lucertole, diventate i predatori più grandi e feroci mai visti.

Queste creature sono testimonianze viventi della perversione di Ogoroh, della sua volontà di piegare la natura ai suoi esperimenti senza alcun rispetto per la vita. Il Togharta, in particolare, con il suo volto umano e la sua capacità di parlare, rappresenta il culmine dell’orrore: una creatura intelligente e consapevole, imprigionata in un corpo mostruoso, che implora di non essere uccisa.

Psicologia di un villain: ambizione e sopravvivenza

Ciò che rende Ogoroh un antagonista memorabile non è però tanto il suo potere distruttivo, quanto la sua complicata motivazione psicologica, che per certi aspetti rischia di rendercelo “simpatico”. Il Mago dell’Acido non è mosso da ideali grandiosi o da follia megalomane: è un pragmatico cinico che ha scelto il male come strategia di sopravvivenza, ma che sembra mostrare anche la sua fragilità.

Nel prologo de La Faida dei Logontras, Ogoroh incontra Eu-Ahalan nell’Oxata Odevaruran, il Buio dell’Intelligenza, l’antico e abbandonato Camminamento Illegale. Lì, davanti alla gabbia d’oro che imprigiona Lomorf (il Mago del Fuoco trasformato in statua di sale), Ogoroh pronuncia parole rivelatrici della sua natura:

“Mi è rimasta un’unica scintilla di amor proprio qui dentro, e la voglio custodire gelosamente per la mia sopravvivenza.”

Lomorf trasformato in statua di sale.

Questa frase racchiude l’essenza del personaggio: Ogoroh ha scelto di sottomettersi a Eu-Ahalan non per convinzione ideologica, ma per preservare quella minuscola scintilla di dignità personale che gli resta. Sa di essere una pedina nelle mani di un essere millenario infinitamente più potente di lui. Prova “un brivido di timore e repulsione” davanti alla crudeltà del suo maestro, ma accetta ugualmente l’incarico di uccidere Geshwa in cambio di “gloria e onore nel mio futuro Regno”.

È questo conflitto interiore a rendere Ogoroh profondamente umano nella sua mostruosità: non è un villain monodimensionale, ma un individuo che ha compiuto una scelta consapevole di autodistruzione morale pur di sopravvivere.

Il manipolatore: strategia e inganno

L’intelligenza di Ogoroh emerge nella sua capacità di orchestrare degli inganni politici notevolmente intricati. Mostrandosi nella sua comune identità di Dišan di Bierno, infatti, si infiltra a fondo nella faida tra i Logontras e gli Ailone, sfruttando i propri legami con gli odi dinastici e le rivalità familiari per i propri scopi.

Il confronto conclusivo al Covo di Emmalion rappresenta l’apice della pericolosità di Ogoroh. Quando la sua identità viene finalmente svelata, il Mago scatena tutto il suo potere distruttivo.

La scena è descritta con intensità cinematografica: la terra trema, crepe si aprono nel pavimento, fiumi di acido si riversano nelle profondità creando baratri infuocati. Ogoroh assume allora la sua forma più terrificante: una tigre di lapilli incandescenti con venature di fiamme che scorrono sulla sua superficie. Ogni passo lascia un’impronta fumante, ogni movimento emana calore sovrumano.

Il tema della corruzione fisica

Se vogliamo, l’elemento distintivo del personaggio è la manifestazione fisica della sua corruzione morale. Il volto coperto di pustole squamose, dovuto al suo stesso acido, rappresenta visivamente il prezzo della sua scelta. Ogoroh è letteralmente consumato dal male che pratica, una lezione morale incarnata nel corpo del villain.

Questo aspetto ricorda le grandi tradizioni del fantasy europeo, dove il male si manifesta anche nell’aspetto fisico (si pensi a Saruman ne Il Signore degli Anelli o a Lord Voldemort in Harry Potter), ma io ho deciso di rielaborarlo con una concretezza quasi barocca, tipica della sensibilità mediterranea per il grottesco e il corporeo che tanto mi è cara.

Ogoroh e la tradizione del Fantasy Mediterraneo

Mi è capitato più volte di sottolineare in varie interviste e articoli come Storia di Geshwa Olers si inserisca nella tradizione del fantasy mediterraneo, utilizzando creature e immaginario del folklore italico anziché quello nordico. Ogoroh incarna perfettamente questa scelta.

Il suo sadismo, la sua crudeltà viscerale, il piacere quasi barocco per la sofferenza e la deformazione ricordano più le figure grottesche della tradizione italiana – dagli orchi delle fiabe popolari alle creature mostruose della pittura di Bosch e Goya – che i villain epici della tradizione nordica o tolkieniana.

La sua magia corrosiva richiama le immagini di decomposizione e di putrefazione che hanno le proprie radici profonde nell’immaginario mediterraneo, dove la morte e il disfacimento del corpo sono sempre stati rappresentati con maggiore crudezza rispetto alla tradizione nordica.

Il destino di un Mago: morte o rinascita?

La Faida dei Logontras si conclude con la morte apparente di Ogoroh, inghiottito dal baratro infuocato creato dal suo stesso acido al Covo di Emmalion. Eppure, come rivela il quarto volume La Battaglia di Passo Keleb, il Mago dell’Acido non è morto.

Cinque anni dopo, Ogoroh riappare al fianco di Lomorf e Opomak nell’invasione di Passo Keleb, ancora più potente e determinato. La sua sopravvivenza conferma il suo status di antagonista ricorrente, una minaccia che Geshwa non può eliminare definitivamente.

Conclusione: un villain da ricordare

La Faida dei Logontras dimostra che il fantasy mediterraneo può produrre antagonisti tanto memorabili quanto quelli della tradizione anglosassone, attingendo a un immaginario culturale diverso ma altrettanto potente. Ogoroh è la personificazione della corruzione morale, un ammonimento vivente sui pericoli dell’ambizione senza limiti e della scelta consapevole del male.

Per chi non ha ancora letto Storia di Geshwa Olers, il Mago dell’Acido è un motivo più che sufficiente per immergersi in questa saga complessa e stratificata, dove nulla è come sembra e dove anche i mostri hanno una storia da raccontare.

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