Chi è Ershaec di Ailone
Nel secondo volume, La faida dei Logontras, Ershaec emerge come figura complessa e contraddittoria. È il Comandante di Battaglione della Divisione del GroneGor Meridionale, un uomo di comando con apparente autorevolezza ma dall’ambigua posizione politica.
Il primo incontro con Geshwa lo rivela nella sua duplicità: severo fino all’agghiacciante quando Geshwa entra nel suo appartamento con la lettera di Gordo, mostra un’espressione “tremenda” che intimorisce il giovane coscritto. Tuttavia, questa severità si stempera rapidamente, rivelando un uomo capace di pragmatismo e perfino di magnanimità quando accetta di aiutare Geshwa nell’arruolamento.
Il conflitto centrale che lo riguarda è la sua appartenenza alla famiglia Ailone: è zio del piccolo Moros e discendente diretto di Anesro di Ailone, quindi coinvolto nella faida dinastica con i Logontras per la successione di Endario. Questa posizione lo rende figura ambigua agli occhi di tutti: occupa il comando di una Divisione che dovrebbe essere sotto l’influenza dei Logontras, e viene denunciato da Tenaref per questa “occupazione inopportuna”.
Le sue manovre nel volume sono sottili e calcolate: affida a Geshwa l’incarico di indagare sui Logontras (non sugli Ailone, come tiene a precisare), ma è evidente che sta giocando su più tavoli. Quando Geshwa scopre lo scontro tra benandanti e il coinvolgimento del mago Dišan (al servizio degli Ailone), Ershaec reagisce con apparente sorpresa, ma il suo comportamento lascia intendere che sapesse più di quanto ammetta.
Il suo rapporto con la magia è ambivalente: ha un albero genealogico (sottratogli da Tenaref) e si muove in un mondo dove la magia è strumento politico, ma non è lui stesso un mago.

Il suo percorso all’interno dei romanzi
Ershaec di Ailone è un uomo la cui vita si intreccia indissolubilmente con le trame politiche e dinastiche del Regno di Grodestà. Quando lo incontriamo per la prima volta nel secondo volume, La faida dei Logontras, è Comandante di Battaglione della Divisione del GroneGor Meridionale, una posizione di prestigio che tuttavia cela un’ambiguità fondamentale: Ershaec appartiene alla famiglia Ailone, è zio del piccolo Moros e discendente diretto di Anesro di Ailone, quindi parte attiva nella faida che contrappone gli Ailone ai Logontras per la successione di Endario.
Il primo incontro con Geshwa Olers rivela immediatamente la complessità del personaggio. Quando il giovane coscritto entra nel suo appartamento portando la lettera di Gordo, Ershaec mostra un volto severo fino all’agghiacciante, con quegli occhi neri a mandorla capaci di pietrificare chiunque. Eppure questa severità è solo la superficie di un uomo che sa essere anche pragmatico e persino magnanimo, come dimostra quando decide di aiutare Geshwa nell’arruolamento nonostante la sua sfrontatezza iniziale. È un uomo che ispira rispetto e timore, che occupa i suoi spazi con l’autorevolezza naturale di chi è nato per comandare.
Ma la sua posizione è fin dall’inizio precaria. Occupa il comando di una Divisione che dovrebbe essere sotto l’influenza dei Logontras, e questa contraddizione non passa inosservata. Tenaref, suo rivale, lo denuncia al Consiglio Reale proprio per questa “occupazione inopportuna”, sostenendo che un Ailone non possa guidare una struttura militare legata alla fazione avversa. Ershaec tenta di muoversi per primo, denunciando a sua volta Tenaref per il furto dell’albero genealogico che dimostrava i suoi legami familiari, ma il gioco è ormai scoperto.
Durante tutta la vicenda della faida, Ershaec gioca su più tavoli contemporaneamente. Affida a Geshwa l’incarico di indagare sui Logontras, non sugli Ailone come tiene a precisare con fermezza quasi ossessiva, ma è evidente che sta cercando di controllare gli eventi da dietro le quinte. Alla fine del secondo volume, Ershaec viene sollevato dall’incarico. Non retrocesso, il che avrebbe almeno conservato il suo grado, ma semplicemente rimosso, sostituito da Tenaref.
Nel quarto volume, La battaglia di Passo Keleb, Ershaec rimane una presenza fantasma, un nome evocato con rispetto dai suoi ex soldati. Geshwa, Medòren, Longe e Lado ricordano la sua “sagace guida” durante la loro formazione militare, il modo in cui li ha forgiati come guerrieri. Ma dell’uomo stesso non si sa più nulla, come se fosse scomparso nell’oscurità della disgrazia.
È nel settimo volume, Il sole sulle bianche torri, che Ershaec riappare, trasformato. Sono passati dieci anni dalla sua rimozione, e l’uomo che emerge dall’ombra in un incontro clandestino è profondamente cambiato. È diventato uno degli epurati, quei soldati espulsi dall’esercito che tuttavia conservano la loro identità militare come ultimo brandello di dignità.
Quando abbassa il cappuccio davanti a Longe e Lado, che lo riconoscono immediatamente nonostante i cambiamenti, c’è commozione da entrambe le parti. “Comandante, come sono contento!” esclama uno di loro, e Ershaec risponde con voce ferma: “Non chiamarmi più Comandante. Lo fui dieci anni or sono; ora siamo amici. E volti amici fanno rivivere tempi passati e più allegri.” Ma sotto questa apparente accettazione del proprio destino, c’è ancora l’orgoglio ferito di un uomo che non ha dimenticato.
Convocato da Lininia, una giovane donna della famiglia Britmar che ha organizzato una congiura contro l’usurpatore che siede sul trono di Grodestà, Ershaec osserva la scena con occhi che hanno imparato a diffidare. Quando Ankénor entra dalla semioscurità, Ershaec lo riconosce subito e riflette amaramente sul fatto che tra gli Ailone e i Britmar non sia mai corso buon sangue, che si siano perfino combattuti in un lontano passato per i possedimenti a meridione dell’antica città di Sobis. Ma ora le vecchie rivalità devono cadere, perché tutti condividono lo stesso nemico.
Ora, in quella sala nascosta dove si riuniscono i cospiratori, Ershaec si trova di fronte a una scelta che definirà il resto della sua vita. Può continuare a nascondersi, a sopravvivere ai margini della società che lo ha espulso, oppure può giocare un’ultima carta, rischiare tutto per riconquistare non solo la sua posizione ma anche un senso più profondo di appartenenza e di scopo.

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