Nel ricco panorama fantasy della saga di Storia di Geshwa Olers di Fabrizio Valenza, una delle creature più affascinanti e complesse è senza dubbio il gelehor, la versione dell’autore del classico golem della tradizione ebraica. Questa creatura d’argilla animata diventa uno dei pilastri narrativi dell’intera epopea, trovando nel personaggio Tar Hån la sua incarnazione più emblematica e tragica.
Il Gelehor: l’Uomo di Fango
Il gelehor, letteralmente “uomo di fango” nell’universo grodestiano, rappresenta una delle più inquietanti innovazioni magiche del Camminamento Oscuro. Creato dai maghi orientali guidati dal leggendario e terribile Onofererne, il gelehor nasce dalla necessità di avere soldati perfetti, indistruttibili e completamente sottomessi.
La creazione dei gelehor ha radici profonde nella storia di Stedon. Dopo la sconfitta nella Battaglia di Trundia del 5446 p.I., quando Innésan il Potente portò alla vittoria l’esercito di Ardeth, i maghi del Camminamento Oscuro decisero di contravvenire ancora una volta alle imposizioni dell’Imperatore Dowmeron e alle disposizioni del Controllato Utilizzo della Magia.
L’argilla utilizzata per la loro creazione non è comune: proviene esclusivamente dalle colline situate tra il Nerilonge e il Midilonge, nella parte centrale del Regno di Grodestà, cave che un tempo fornivano questa sostanza particolare. È proprio in queste terre che Geshwa Olers e Nargolìan faranno la loro prima, terrificante scoperta.
Il meccanismo di vita e morte
Il segreto dell’animazione del gelehor risiede in una parola inscritta nel palmo della mano destra: byentoi, che significa “vivificati” in Antico Grodestiano. Il mago creatore mantiene il controllo assoluto sulla creatura, che è costretta a seguire ogni ordine senza possibilità di ribellione. La morte viene inflitta precedendo alla parola la particella privativa o-: con obyentoi la creatura torna terra priva di vita.
Tar Hån: il Gelehor dalle mille facce
L’arciere perfetto
Tar Hån si presenta inizialmente nel primo volume della storia, “Il viaggio nel Masso Verde”, come il capocomico della Compagnia del Principe, un abile arciere dalle capacità sovrumane. Il suo aspetto è quello di un omaccione possente, nerboruto, con occhi marroni come la terra che sembrano scrutare fin nella Presenza di chi osserva. La sua abilità con l’arco è leggendaria: riesce a spezzare rami con tiri impossibili, a infilzare bersagli multipli in sequenza, e persino a conficcare frecce nel bordo delle scarpe senza sfiorare il piede di chi le indossa.
Il nome e il simbolo
Non è un caso che il nome Tar Hån significhi “cacciatore regale” in antico grodestiano. Sull’impugnatura del suo arco è scolpita una corona attraversata da una freccia, simbolo che richiama il suo nome ma anche la sua natura regale e letale. Questo stesso nome compare nella storia antica, legato all’arciere che vendicò gli assassinii di Re Tiseria: una coincidenza che non sfugge all’occhio attento di Geshwa.

La doppia natura
La tragedia di Tar Hån risiede nella sua doppia natura. Da un lato è un essere capace di gentilezza, di insegnare l’arte dell’arco ai giovani, di ispirare fiducia e amicizia. Dall’altro è una creatura magica priva di libero arbitrio, costretta a eseguire gli ordini del suo creatore anche quando questi vanno contro la sua apparente natura benevola.
Quando Geshwa gli chiede aiuto durante l’assalto al palazzo reale, la risposta di Tar Hån rivela tutta la sua condizione esistenziale: “Non posso… non posso” e poi, alla domanda se possa volerlo: “Io non posso volere”.
Il momento della verità
Il culmine della tragedia di Tar Hån avviene durante l’omicidio del Re, all’interno del quinto volume, “I ghiacci di Passo Ceti”. Con un tiro preciso al petto, dimostra ancora una volta la sua abilità mortale, ma il suo stato dopo l’azione – pietrificato, con un aspetto avvilito – rivela il conflitto interno di una creatura costretta ad agire contro quella che potrebbe essere la sua vera intenzione.
Il significato più profondo del golem/gelehor
La questione del libero arbitrio
Attraverso Tar Hån, Valenza esplora uno dei temi più profondi della condizione umana: il libero arbitrio. Il gelehor diventa metafora di tutti coloro che si sentono privi di scelta, vittime di forze più grandi di loro, costretti ad agire secondo volontà altrui.
La saga rivela che gli stessi Gnomi (Gnas) sono i primissimi antichi gelehor creati da Onofererne, ma che sono riusciti a liberarsi dal controllo del loro creatore. Questa rivelazione aggiunge profondità al mito, mostrando come anche da una creazione artificiale possa nascere una vera coscienza e il desiderio di libertà.
Gli Gnas, consapevoli della loro origine artificiale e della conseguente mancanza di Presenza (anima), abbracciano il Mito dell’Attesa, credendo che anche per loro arriverà una liberazione, una redenzione che li porterà ad avere una vera esistenza spirituale.
Conclusione
Il gelehor di Valenza non è semplicemente una creatura fantasy, ma un simbolo potente delle domande esistenziali che tormentano l’umanità. In Tar Hån troviamo rappresentate le contraddizioni dell’esistenza: la capacità di bene e male, la lotta tra determinismo e libero arbitrio, la ricerca di redenzione anche nelle condizioni più disperate.
La figura dell’arciere Tar Hån resta impressa nella memoria del lettore non solo per la sua potenza narrativa, ma per la profonda umanità che riesce a trasmettere nonostante – o forse proprio a causa – della sua natura artificiale. In lui, Valenza ha creato uno dei personaggi più toccanti e filosoficamente ricchi dell’intera saga, dimostrando come la fantasia possa essere veicolo di riflessioni profonde sulla natura umana.

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