Dal folklore alpino al fantasy letterario: la rinascita di antiche creature mitologiche
Le anguane, creature mitologiche radicate nel folklore delle regioni alpine e pedemontane italiane, trovano in “Storia di Geshwa Olers” di Fabrizio Valenza una delle loro più suggestive reinterpretazioni letterarie moderne. Originariamente diffuse nel Veneto vicentino, nelle valli delle Prealpi Carniche e in molte altre zone montane del Nord Italia, queste enigmatiche figure femminili acquistano nella narrativa fantasy contemporanea nuova vita e significato.
Le radici della leggenda
Nel folklore tradizionale, le anguane sono descritte come spiriti della natura affini alle ninfe del mondo romano, creature acquatiche che vivono presso fonti e ruscelli come protettrici delle acque. Generalmente hanno caratteristiche non umane: piedi di gallina, di anatra o di capra, gambe squamate, una schiena “scavata” che nascondono con muschio o corteccia. Secondo alcune interpretazioni, l’origine etimologica del nome potrebbe derivare dal latino “Aquane” (ninfe delle acque) o “Anguis” (serpente), o ancora dal termine celtico “Adgane”, divinità protettrici delle comunità locali.
Nelle leggende alpine, queste creature sono spesso benevoli: insegnano agli uomini attività artigianali tradizionali come la filatura della lana o la caseificazione, e se trattate con rispetto portano spesso fortuna ai pescatori. Tuttavia, se insultate sono inclini alla vendetta, portando sfortuna a vita al malcapitato, anche se molte leggende specificano che, a differenza di orchi e streghe, le anguane non uccidono mai uomini o animali.
La reinterpretazione di Valenza
Nella “Storia di Geshwa Olers”, Fabrizio Valenza compie un’operazione letteraria particolarmente interessante: mantiene l’essenza mitologica delle anguane tradizionali, ma le trasforma in creature decisamente più pericolose e inquietanti, adatte al tono epico-fantastico della sua saga.
L’anguana che Geshwa e Nargolìan incontrano nel primo volume si presenta come un essere ibrido serpente-donna di straordinaria potenza visiva. La descrizione che ne emerge dai testi rivela una creatura lunga fino a cinque metri, con squame rosse brillanti striate di verde che, da lontano, assumono una tonalità color carne. La parte superiore del corpo mantiene le fattezze femminili umane, con un volto dai lineamenti fini e occhi ammalianti, ma i capelli sono setolosi e il respiro simile a un rantolo.

Il canto ammaliatore
Nella tradizione popolare, le anguane “sanno lanciare incantesimi o maledizioni con alte e forti grida, in grado di stordire”, tanto che esiste un antico detto veneto: “sigàr come n’Anguana” (gridare come un’anguana. Valenza amplifica notevolmente questo aspetto: nella sua versione, il canto dell’anguana diventa un’arma letale capace di confondere completamente la mente degli uomini, facendoli cadere tramortiti e rendendoli vulnerabili agli attacchi della creatura.
Questo potere richiede contromisure specifiche: nella saga vengono utilizzati tappi magici di legno ricoperti di feltro che impediscono di sentire il canto fatale. È un dettaglio che dimostra l’attenzione dell’autore nel creare un sistema magico coerente, dove ogni potere ha la sua specifica protezione.
Le anguane e l’umanità
Mentre nelle leggende tradizionali le anguane vivono presso fonti e ruscelli, nella saga di Geshwa Olers abitano prevalentemente nelle grotte, in particolare quelle che spesso rivestono il ruolo di cave per l’estrazione di argilla speciale utilizzata nella creazione dei Gelehor (gli uomini di fango). Questa scelta narrativa non è casuale: collega le anguane a uno degli elementi magici più importanti della cosmogonia di Valenza, creando una rete di connessioni tra le varie creature e forze magiche del suo mondo.
Nel folklore alpino, le anguane spesso “terrorizzano o burlano i viaggiatori notturni” e “spargono discordia, in particolare tra le donne, rivelando segreti e pettegolezzi”. La versione di Valenza mantiene l’aspetto pericoloso ma lo intensifica: le sue anguane sono predatori che, dopo aver incantato le vittime, le uccidono e le divorano.
Tuttavia, l’autore introduce anche un elemento di complessità psicologica assente nelle leggende tradizionali: l’anguana nella saga dimostra una forma primitiva di riconoscenza verso chi l’ha aiutata (come nel caso di Tar Hån che la libera dalla prigionia), il che permette di cogliere la loro intelligenza e la loro capacità emotiva superiori a quelle di un semplice predatore magico.
Valenze simboliche e letterarie
L’utilizzo delle anguane nella saga di Geshwa Olers rivela la maestria di Valenza nel fondere elementi del folklore italiano con le convenzioni del fantasy epico. Il Cristianesimo aveva infatti attribuito una connotazione malvagia a quelle antiche divinità sue dirette concorrenti, trasformandole in creature demoniache: Valenza ribalta questa operazione, restituendo alle anguane una dignità mitica pur mantenendone la pericolosità.
Le anguane di Valenza rappresentano la natura selvaggia e indomabile, forze primordiali che l’uomo può comprendere solo parzialmente e con cui deve confrontarsi con rispetto e timore. Non sono né completamente malvagie né benevoli: sono semplicemente altre, appartenenti a un ordine naturale che precede e trascende quello umano.
Le leggende sulle anguane rappresentano probabilmente il ricordo delle antiche divinità femminili venerate dalle popolazioni celtiche dell’Italia settentrionale: divinità dei boschi e delle acque, dispensatrici di fertilità e benessere. Valenza raccoglie questa eredità culturale e la trasforma in strumento narrativo per una saga fantasy che, pur essendo ambientata in un mondo immaginario, mantiene profonde radici nel patrimonio folkloristico italiano.

Il successo di questa operazione risiede nella capacità dell’autore di non limitarsi a una semplice trasposizione delle creature tradizionali, ma di reinterpretarle creativamente mantenendone l’essenza simbolica. Le anguane della “Storia di Geshwa Olers” sono al contempo familiari e spaventosamente estranee, riconoscibili nelle loro radici culturali ma sorprendenti nella loro reinvenzione letteraria.
In questo modo, Valenza rende omaggio al ricchissimo patrimonio di leggende alpine e pedemontane e contribuisce anche a mantenerlo vivo nell’immaginario contemporaneo, dimostrando come le antiche narrazioni popolari possano trovare nuova vita e nuovi significati attraverso la letteratura fantasy moderna.
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