Sitòr Olers: Il Predicatore che Forgiò un Eroe
Un’analisi del personaggio più controverso e affascinante della saga “Storia di Geshwa Olers”
Nella vasta galassia di personaggi che popolano il mondo fantastico di Fabrizio Valenza, pochi risultano tanto complessi e stratificati quanto Sitòr Olers, il padre del leggendario guerriero di Passo Keleb. Figura enigmatica e profondamente umana, Sitòr incarna uno dei paradossi più profondi della narrativa fantasy: il modo in cui un abbandono possa trasformarsi nel dono più prezioso che un padre possa fare al proprio figlio.
L’uomo dietro la leggenda
Sitòr Olers si presenta al lettore come un uomo dall’aspetto imponente: alto, robusto, con una muscolatura che tradisce anni di disciplina militare. Il suo volto, caratterizzato da una fronte liscia che si unisce armoniosamente a un naso dritto, è incorniciato da una folta barba castana che termina in una punta decisa sotto il mento. I baffi scuri si innalzano “come erba selvaggia” sopra labbra che hanno pronunciato tanto parole d’amore quanto profezie di speranza.
Ma è negli occhi che risiede la vera essenza di Sitòr: uno sguardo descritto come “fiero e dolce”, capace di rivelare la natura duplice di un uomo diviso tra l’amore paterno e una chiamata spirituale che trascende i legami terreni. Quando riappare nella saga come il Predicatore, a quasi cinquant’anni, il tempo e il peso della sua missione hanno lasciato segni evidenti: appare invecchiato, infiacchito da un decennio trascorso a portare la parola di Eus in un mondo che aveva dimenticato l’antico Dio.

Il guerriero che scelse la fede
Prima di diventare il Predicatore, Sitòr fu un soldato dell’Esercito Reale, distinguendosi per il coraggio sui campi di battaglia. La sua carriera militare prometteva grandi sviluppi, tanto che la sua improvvisa uscita dall’esercito – avvenuta proprio nel periodo in cui nacque Geshwa – rimase per tutti “incomprensibile”. Questo abbandono precoce della vita militare rappresenta il primo di una serie di misteri che circondano la figura di Sitòr.
L’esperienza bellica non fu però vana: plasmò in lui quella forza d’animo e quella determinazione che caratterizzeranno poi la sua missione spirituale. Le armi del nonno, ereditate e conservate nella sua stanza, diventano simbolo di un passato guerriero che, pur abbandonato, continua a vivere nell’esempio che trasmette al figlio.
Il padre assente-presente
Il rapporto tra Sitòr e Geshwa costituisce uno dei nodi narrativi più potenti dell’intera saga. È un legame caratterizzato da quello che potremmo definire il “paradosso dell’assenza significativa”: Sitòr è fisicamente assente per gran parte della vita del figlio, eppure Geshwa stesso riconosce che “mio padre, che è stato così assente, è forse la presenza più forte dentro me”.
Questa apparente contraddizione rivela la profondità psicologica con cui Valenza costruisce i suoi personaggi. Sitòr non abbandona il figlio per indifferenza o debolezza, ma perché comprende che il destino di Geshwa richiede una forgiatura che può avvenire solo attraverso l’esperienza diretta del dolore, della solitudine e della ricerca di sé. È un amore che si manifesta attraverso la rinuncia, un sacrificio che trasforma l’abbandono in dono.
Il contrasto tra le aspirazioni del padre e quelle del figlio aggiunge ulteriore complessità al loro rapporto: mentre Sitòr avrebbe voluto che Geshwa seguisse l’Istruzione Poetica, tenendolo lontano dai pericoli della vita militare, il giovane sente invece il richiamo irresistibile delle armi e dell’avventura. Questa divergenza non è casuale, ma parte di un disegno più ampio in cui ogni elemento concorre alla formazione dell’eroe.
Il viaggio iniziatico nel Masso Verde
Il viaggio attraverso il Masso Verde rappresenta il momento culminante del rapporto padre-figlio, un’esperienza che ha tutte le caratteristiche del rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Sitòr guida consapevolmente Geshwa attraverso territori popolati da creature magiche e pericoli reali, sapendo che questo percorso è necessario per la maturazione spirituale del figlio.
La scoperta successiva che Sitòr conosceva già il suo destino di Predicatore getta una luce nuova su quel viaggio: non si trattava semplicemente di sfuggire a un incantesimo sulla Palude di Sobis, ma di compiere un percorso iniziatico che avrebbe preparato Geshwa alle sfide future. Ogni tappa, ogni pericolo affrontato, ogni creatura magica incontrata diventa parte di un piano educativo più ampio, orchestrato da un padre che ama abbastanza il figlio da essere disposto a sembrare crudele.
Il Predicatore: tra profezia e umanità
La trasformazione di Sitòr nel Predicatore non cancella la sua umanità, ma la sublima. Riconosciuto dagli Gnomi e da altri popoli come portatore della parola di Eus, egli incarna una spiritualità autentica, lontana dalle tentazioni del potere temporale. Come sottolinea lui stesso quando si confronta con i politici corrotti di Grodestà: “La profezia è avvertimento, risveglio. Non concupiscenza del potere.”
Questa distinzione è fondamentale per comprendere il personaggio: Sitòr-Predicatore non cerca di costruire un impero terreno, ma di risvegliare negli uomini la consapevolezza dell’esistenza di Eus. La sua missione è spirituale, non politica, e questo lo rende una figura profondamente diversa dai tradizionali profeti fantasy che spesso si tramutano in leader temporali.

L’eredità di un abbandono necessario
Il confronto finale tra padre e figlio, quando Geshwa scopre l’identità del Predicatore, è magistralmente costruito da Valenza per mostrare la maturazione di entrambi i personaggi. Geshwa ha ormai compreso che la sua strada è diversa da quella paterna: “Voleva che studiassi l’Istruzione Poetica e invece ho desiderato le armi. Voleva tenermi lontano dal pericolo e invece io l’ho cercato. Sono io, mi sono forgiato da solo.”
Questa affermazione, apparentemente di ribellione, è in realtà il riconoscimento del successo educativo di Sitòr: il figlio è diventato un uomo autonomo, capace di scegliere la propria strada e di assumersene la responsabilità. L’abbandono del padre ha prodotto l’indipendenza del figlio, trasformando quello che poteva essere un trauma in una fonte di forza.
Sitòr come archetipo del Padre Sacrificale
Nella tradizione letteraria, Sitòr Olers si colloca nella nobile stirpe dei padri sacrificali, figure che rinunciano alla felicità personale per un bene superiore. Ma Valenza riesce a rinnovare questo archetipo conferendogli una profondità psicologica e una credibilità umana rare nel genere fantasy.
Sitòr non è un santo distaccato dalle passioni umane, ma un uomo che soffre per le sue scelte. Il suo invecchiamento precoce, la sua apparente fragilità quando riappare come Predicatore, testimoniano il peso emotivo del sacrificio compiuto. Questo lo rende tremendamente umano e, paradossalmente, più credibile nella sua dimensione spirituale.
Un personaggio per il nostro tempo
In un’epoca in cui la figura paterna è spesso in crisi, Sitòr Olers offre un modello alternativo di paternità: non il padre presente a tutti i costi, ma il padre che sa quando la sua presenza è necessaria e quando il suo allontanamento diventa forma suprema di amore. È una visione matura e complessa della genitorialità, che riconosce come a volte amare significhi lasciare andare.
La sua vicenda parla a tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza dell’abbandono paterno. Anche nelle assenze più dolorose può celarsi una forma di presenza, un insegnamento che si rivela solo con la maturità. Sitòr Olers ci ricorda che i padri migliori sono spesso quelli che hanno il coraggio di essere imperfetti, di scegliere il bene dei figli anche quando questo comporta il proprio dolore.
Conclusione: l’eredità di un gigante umano
Sitòr Olers rimane uno dei personaggi più riusciti della saga di Valenza proprio perché riesce a essere contemporaneamente ordinario e straordinario, umano e profetico, presente e assente. La sua figura ci accompagna lungo tutta la narrazione come un’ombra benefica, un reminder costante che le azioni più importanti sono spesso quelle più difficili da comprendere.
Nel panorama del fantasy contemporaneo, dove troppo spesso i personaggi sono divisi nettamente tra eroi e antagonisti, Sitòr rappresenta quella zona grigia dell’esistenza dove si collocano le persone reali: imperfette, contraddittorie, ma capaci di gesti di amore così profondi da cambiare per sempre la vita di chi li riceve.
Il Predicatore di Grodestà non è solo il padre di un eroe: è lui stesso un eroe, il cui eroismo consiste nell’aver saputo rinunciare all’eroismo per permettere a suo figlio di diventarlo. In questo paradosso risiede tutta la grandezza umana e letteraria di Sitòr Olers.

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